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America Week

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Written by: Agenzia di Stampa ITALPRESS
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Dall'ufficio di corrispondenza Italpress a New York, Stefano Vaccara offre un approfondimento settimanale sugli Stati Uniti: notizie, analisi e riflessioni sui principali avvenimenti che segnano l'attualità americana.Agenzia di Stampa ITALPRESS Politics & Government
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  • America Week - Episodio 50
    Jan 23 2026
    NEW YORK (ITALPRESS) - Trump ci fa o ci è? Quello che vediamo è una strategia lucida di pressione massima, oppure un istinto che cambia umore e direzione e proprio per questo diventa pericoloso e inaffidabile. Partiamo da Davos e dalla svolta sulla Groenlandia. Per giorni Trump ha agitato lo spettro di una guerra commerciale con l’Europa, minacciando dazi contro otto Paesi europei se non avessero accettato l’idea di “cedere” la Groenlandia agli Stati Uniti. Poi, dal palco del World Economic Forum, ha recitato insieme il padrino e il pompiere. Prima ha detto: “Non devo usare la forza. Non voglio usare la forza. Non userò la forza.” Poi, subito dopo, ha lasciato la frase che suona come un ricatto: “Potete dire sì e saremo molto riconoscenti. Oppure potete dire no, e ce lo ricorderemo.”
    E infatti, nel giro di ore, l’ennesimo cambio di rotta. Dopo l’incontro con il segretario generale della NATO Mark Rutte, Trump ha annunciato di aver “formato la cornice di un futuro accordo” e ha sospeso i dazi promessi ai Paesi europei.
    È la madman theory applicata alla diplomazia: minacciare, destabilizzare, far tremare mercati e alleati, poi offrire - soprattutto se Wall Street cade davvero - una via d’uscita come se fosse un atto di generosità. Ma a che prezzo. Anche solo mettere in discussione l’integrità territoriale di un alleato NATO ha scosso il cuore dell’ordine occidentale.
    A Davos, però, è successo anche altro, forse ancora più rivelatore. È nato il “Board of Peace”, l’organismo promosso dalla Casa Bianca per supervisionare la fase due della tregua a Gaza e la ricostruzione, con uno statuto che attribuisce al Board un mandato potenzialmente molto più ampio, tanto da alimentare timori europei su un canale multilaterale parallelo al sistema ONU.

    sat/gsl
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    6 mins
  • America Week - Episodio 49
    Jan 16 2026
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Questa settimana l’America ha mostrato il suo volto più inquietante a Minneapolis, dove la morte di Renee Good, uccisa da un agente dell’ICE durante un’operazione federale, ha fatto esplodere una crisi che va ben oltre il Minnesota. Il governatore Tim Walz e il sindaco Jacob Frey hanno cercato di contenere la tensione, difendendo il diritto alla protesta e chiedendo chiarezza sull’uso della forza federale. Ma da Washington è arrivato il segnale opposto: non moderazione, bensì sfida. L’amministrazione Trump ha difeso l’agente e ha rilanciato una dottrina che sta diventando sempre più esplicita: protezione totale per l’ICE, anche quando l’uso della forza è letale. Il vicepresidente JD Vance ha parlato apertamente di “immunità assoluta”, mentre Stephen Miller ha detto agli agenti che nessun governatore, sindaco o giudice può fermarli. È un passaggio chiave: l’ICE non è più solo uno strumento di politica migratoria, ma viene presentata come una forza federale “intoccabile”, autorizzata a imporsi sui territori e sulle autorità locali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: scontri, feriti, nuove sparatorie, una città che diventa teatro di una guerra politica.
    Ma mentre l’America si spacca dentro, Trump alza il livello anche fuori. L’ossessione per la Groenlandia ha ormai superato il limite della provocazione. Minacce, pressioni, linguaggio da conquista. La Danimarca, membro NATO, ha reagito rafforzando la presenza militare sull’isola, e l’Unione Europea ha parlato apertamente di difesa della sovranità.
    In parallelo, Trump agita lo spettro dell’Iran. Al Consiglio di Sicurezza ONU, convocato d’urgenza per le proteste represse nel sangue, l’ambasciatore americano Mike Waltz ha detto senza mezzi termini che mentre all’ONU “si parla e si parla”, il presidente Trump “agisce”. Un messaggio chiarissimo. Dall’altra parte, Russia e Cina hanno bloccato ogni tentativo di legittimazione internazionale, accusando Washington di escalation e interferenza.

    xo9/sat/azn
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    5 mins
  • America Week - Episodio 48
    Jan 9 2026
    NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) - C’è un filo rosso che lega gli Epstein files fatti uscire a gocce dal Dipartimento di Giustizia, il blitz in Venezuela ora sotto esame del Congresso, le decisioni imminenti della Corte Suprema su dazi e poteri presidenziali, la tragedia di Minneapolis e, soprattutto, la lunghissima intervista concessa da Donald Trump al New York Times nello Studio Ovale. Quel filo rosso è semplice: più Trump è messo alle strette, più rilancia. E più rilancia, più diventa pericoloso. L’intervista di due ore con quattro giornalisti del New York Times non è casuale. Trump ha costruito la sua carriera politica accusando i media tradizionali di essere “fake news” e nemici del popolo. Eppure, nel momento più delicato del suo secondo mandato, sceglie proprio il giornale simbolo dell’establishment. Non per cercare legittimazione, ma per usare un megafono autorevole e lanciare un messaggio brutale: il limite al suo potere è solo lui stesso.

    xo9/sat/gtr
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    6 mins
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