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Forbes Leader | Vincere è solo l’inizio

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Il talento ti porta in cima, ma è la capacità di soffrire che ti tiene lì. A vent’anni da Mondiale di Berlino 2006, Fabio Cannavaro torna a raccontare cosa significa davvero vincere.

Non solo alzare una coppa, ma attraversare momenti di difficoltà, resistere, trovare dentro di sé quel margine in più quando tutto sembra andare nella direzione opposta. È lì che si costruiscono le carriere che restano. Oggi, mentre l’Italia vive una fase complessa e lontana dai vertici internazionali, Cannavaro osserva il cambiamento con lucidità. Non è una questione di singoli, ma di sistema.

Di cultura, di visione, di valori che si stanno progressivamente perdendo. In un calcio sempre più strutturato e globale, ciò che manca – secondo l’ex capitano azzurro – è proprio quella resilienza che ha definito una generazione capace di trasformare la pressione in energia. Il suo presente, però, guarda altrove. Alla guida dell’Uzbekistan, porta una nazionale emergente per la prima volta sul palcoscenico mondiale, dimostrando come investimenti mirati, formazione e apertura internazionale possano riscrivere le gerarchie.

È un calcio che cresce lontano dai riflettori tradizionali, ma con idee chiare e ambizioni concrete. E forse è proprio qui la lezione più attuale: il futuro non appartiene necessariamente a chi ha già vinto, ma a chi continua a costruire. Perché nel calcio, come nelle organizzazioni, non basta il talento.

Serve visione, disciplina e la capacità, sempre più rara, di restare in piedi quando diventa più difficile.

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