Ogni volta che si parla di America, prima o poi, finiamo per parlare di Bruce Springsteen.
Non perché sia stato il più grande. O meglio, non solo.
Ma perché è stato quello che ha saputo guardare più a lungo.
Springsteen non ha scritto solo canzoni.
Ha tracciato percorsi.
Mappe emotive e sociali per orientarsi dentro un Paese che cambia pelle, che si spezza, che promette e tradisce, che cade e poi, ostinatamente, prova a rialzarsi.
Oggi affrontiamo un itinerario che attraversa Factory e Racing in the street (1978), My Hometown e Born in the U.S.A (1984), The River (1980), Youngstown (1995), The Ghost of Tom Joad (1995), Jungleland e Born to Run (1975), Land of Hope and Dreams (1999), The Rising (2002), Wrecking Ball (2012), American Skin (41 Shots) (2000), Chasin’ Wild Horses (2019, da Western Stars), Repo Man (2025), la cover di Chimes of Freedom (1988).
Bruce Springsteen ha raccontato l’America come si racconta una persona amata e difficile. Senza sconti. Senza menzogne.
Ogni sua canzone è un capitolo di un romanzo infinito. Un rifugio. E una promessa.
L’America brucia. Ma, finché qualcuno la canta così,
continua a sognare.