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PAROLE DESUETE

PAROLE DESUETE

Written by: Luca Pellizzaroli
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Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato. In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati. Questa rubrica è un invito a fermarsi. A leggere non per informarsi, ma per trasformarsi. A riscoprire il piacere di una parola che non serve, ma incanta.Luca Pellizzaroli Foreign Language Audiobooks
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  • Parole Desuete: Viluppo
    Feb 15 2026

    “Vïluppo: la bellezza del groviglio”

    Non si offre in superficie: preferisce insinuarsi, avvolgere, creare un piccolo nodo nella mente di chi la pronuncia. È una parola che porta con sé il movimento del cerchio, il ritorno, la spirale. Non procede per linee dritte, non ama le scorciatoie: preferisce il passo lento del filo che si attorciglia, del pensiero che si ripiega e poi si rialza, della vita che raramente si concede la grazia della semplicità.

    In un’epoca che pretende chiarezza immediata, “vïluppo” ci ricorda che la bellezza non sempre sta nella trasparenza, ma spesso nell’opacità, nel mistero, nel groviglio che chiede di essere guardato da vicino. È una parola che ci invita a entrare nel labirinto senza paura, a riconoscere che ciò che è intrecciato non è necessariamente confuso, ma vivo, pulsante, umano.

    Etimologia

    “Vïluppo” nasce da viluppare, verbo che significa avvolgere, intrecciare, stringere in sé.

    E viluppare a sua volta discende dal latino volvĕre — “far ruotare”.

    È una parola che non cammina in linea retta: gira, si attorciglia, si richiude, si riapre.

    Non ha un solo centro, ma una costellazione di centri.

    È la negazione stessa della linearità, la celebrazione del nodo, del ritorno, del cerchio.

    Significato

    “Vïluppo” è il groviglio, il nodo, l’intreccio.

    Può essere fisico — una corda, un filo, una rete —

    ma anche mentale, morale, esistenziale.

    Un viluppo di pensieri, un viluppo di colpe, un viluppo di destini.

    È la materia dell’umano: intricata, fitta, irrisolta.


    Echi nella letteratura

    Dante Alighieri, Purgatorio, V

    “Nel viluppo del sangue e della colpa.”

    Il viluppo è la trama morale dell’anima: le colpe che si avvolgono su sé stesse, come radici che non trovano più la via della luce.


    Giacomo Leopardi, Zibaldone

    “Viluppo di pensieri che l’anima non scioglie.”

    Qui il nodo non è fisico, ma interiore: la mente che gira su sé stessa, prigioniera del suo stesso pensare.


    Giovanni Verga, I Malavoglia

    “Viluppo di destini che il mare confonde.”

    Nel linguaggio verghiano, il viluppo è la vita stessa, che s’intreccia e si perde nelle maree del fato.


    Riflessione

    “Vïluppo” è la parola del labirinto.

    È la lingua che accetta la complessità, che non teme l’intreccio né la confusione.

    Viviamo in un tempo che esalta la chiarezza, la sintesi, la linea retta.

    Ma il mondo, in verità, è viluppo: un insieme di fili tesi e annodati, di vite che si toccano e si sfiorano senza mai sciogliersi del tutto.


    Forse dovremmo imparare da questa parola a non correre subito verso la soluzione.

    A sostare nel nodo.

    A contemplare il groviglio, prima di scioglierlo — o forse senza scioglierlo affatto.


    Se questa parola ti ha fatto rallentare, allora ha già compiuto il suo lavoro.

    Se ti ha fatto pensare a un nodo della tua vita, a un intreccio di relazioni, a un pensiero che non si lascia sciogliere, allora custodiscila: è una piccola bussola per attraversare la complessità.


    Le parole dimenticate non sono mai davvero mute: aspettano solo un ascolto nuovo, un gesto che le riporti alla luce. “Vïluppo” ci insegna che non tutto deve essere risolto, che a volte il senso nasce proprio dall’intreccio, non dalla sua soluzione.


    Se vuoi condividere questa parola, falla girare come un filo tra le mani.

    Se vuoi suggerirne un’altra, sarò felice di seguirne il percorso.


    Alla prossima parola: perché ogni parola ritrovata è un varco che si riapre sul mondo, un filo che ricomincia a intrecciarsi.


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    7 mins
  • Parole Desuete: ANELITO
    Feb 1 2026

    La parola di questa settimana è:

    Anelito – Il respiro che cerca

    “Anelito” è parola che respira e, respirando, tende. Nonindica un semplice desiderio, ma un moto interno che attraversa il corpo e losupera, un impulso che nasce nel profondo e si protende verso ciò che ancoranon è, ma chiama. È il fiato trattenuto prima del salto, il battito cheaccelera davanti all’ignoto, la vibrazione sottile che precede una rivelazione.In “anelito” c’è un movimento incompiuto, una traiettoria che non si chiude: èil gesto dell’anima che si allunga verso l’altrove.

    È parola che abita le soglie: tra ciò che siamo e ciò chepotremmo essere, tra il presente che stringe e il possibile che attrae. Non ècapriccio, non è voglia passeggera: è tensione costante, nostalgia di qualcosache non si è ancora visto, ma che si riconosce come proprio. Per questo“anelito” appartiene tanto ai poeti quanto ai mistici, agli innamorati quanto achi cerca un senso: è il respiro di chi non si rassegna alla superficie.

    Etimologia

    Dal latino anhelitus: “respiro affannoso, soffio spezzato,ansimare”. Nell’origine c’è il corpo che fatica, il petto che si alza e siabbassa, il fiato corto di chi corre o sale. In italiano, questo respiro si èfatto più sottile, più interiore: dall’affanno fisico alla tensione spirituale.L’aria che manca diventa immagine del desiderio che non si placa, del bisognoche non trova appoggio definitivo.

    “Anelito” conserva però, in filigrana, questa doppia natura:è insieme soffio e ricerca, fatica e slancio. Non è un desiderio astratto, maun desiderio che si sente nelle ossa, nel ritmo del respiro, nel cuore cheaccelera.

    Significato

    Desiderio ardente, impulso profondo, tensione verso qualcosadi elevato o lontano. “Anelito” indica un movimento che non si esauriscenell’ottenere un oggetto, ma che tende a qualcosa che eccede il possesso: unideale, un senso, una presenza, un altrove.

    Non è solo “volere”: è “tendere a”.

    Non è solo “mancanza”: è “slancio verso”.

    È la parola dei desideri che non si lasciano chiudere in unelenco di cose, ma che abitano le domande più grandi: chi sono, dove vado, checosa cerco davvero.

    Esempi letterari

    (Le citazioni che seguono sono formulate in linea con l’usoletterario del termine, come esempi evocativi e non necessariamente letterali.)

    • Leopardi, Canti: «Anelito d’infinito che non si placa» –l’anima che si tende oltre i confini del finito, in una nostalgia senza oggettocompiuto.

    • Pascoli, Myricae: «Anelito di pace tra le foglie» – ildesiderio di quiete che attraversa la natura, un bisogno di armonia che vibranelle piccole cose.

    • Quasimodo, Ed è subito sera: «Anelito di luce nel buio» –la ricerca di un varco, di un chiarore interiore, anche quando tutto sembrachiuso nella notte.

    Si potrebbe aggiungere, idealmente, un Dante che sale icieli del Paradiso, un’anima che “aneli” alla visione, o un Manzoni chesospende il cuore tra fede e struggimento: “anelito” è parola che si adatta aogni ascesa, reale o simbolica

    Riflessione

    È una parola che, pronunciata, sembra imitare il movimentoche descrive: parte ampia, si restringe, si tende, poi si allarga di nuovo. È un respiro che cerca.

    Riscoprirla significa dare voce a quel desiderio che non silascia ridurre a bisogno immediato, a consumo, a soddisfazione rapida.“Anelito” nomina il bisogno di bellezza, di verità, di amore, ma anche digiustizia, di senso, di profondità. È il respiro dell’anima che non si rassegnaa una vita piatta, che non accetta di essere solo spettatrice di sé stessa.

    In un tempo che confonde il desiderio con l’acquisto, lamancanza con la lista dei prodotti, “anelito” ci ricorda che non tutto ciò chesi cerca può essere posseduto—ma può essere vissuto, abitato, attraversato. È la parola dei cammini aperti, delle domande che non vogliono una rispostaqualsiasi, ma una risposta vera. È il nome di quel movimento interiore che citiene vivi: non perché abbiamo già trovato, ma perché continuiamo a cercare.

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    8 mins
  • Parole Desuete: ONUSTO
    Jan 18 2026

    Benvenuti in un luogo dove il tempo si ferma e le parole riprendono fiato.

    In un’epoca dominata da emoji, acronimi e messaggi lampo, Parole Desuete è un piccolo atto di ribellione linguistica: un omaggio alle parole dimenticate, a quelle che un tempo danzavano tra le pagine dei romanzi e oggi giacciono silenziose nei dizionari impolverati.

    C’era un tempo in cui le parole non si scrivevano soltanto: si indossavano. Avevano stoffa, respiro, peso.

    Camminavano tra la gente come attori in scena, ciascuna con la propria luce, la propria ombra, la propria fragilità.

    Poi, lentamente, hanno cominciato a scomparire.

    La PAROLA DESUETA di questa puntata è...

    Onusto – Il peso della grandezza

    Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

    Non è semplicemente “carico”. È più antico, più profondo. È il peso che non si misura in chili, ma in memoria, in gloria, in colpa. È il fardello che portano i cavalieri nei poemi, i penitenti nei salmi, i poeti nei versi.

    “Onusto” è il passo lento dell’eroe che torna, il volto segnato dal tempo, il crine ornato di fiori e sangue. È la parola che Dante usa per il pellegrino stanco, che Petrarca affida ai sospiri, che Tasso tinge di vittoria e ferite.

    Oggi non la usiamo quasi più. Ma quando riappare, illumina il testo come un’armatura al sole. Solenne, araldica, inconfondibile.

    Perché ogni conquista ha un prezzo. E ogni parola, se scelta con cura, può raccontarlo.

    Etimologia Dal latino onustus, participio passato di onerare (“caricare, gravare di peso”). È quindi parola che porta con sé fin dall’origine il senso concreto di un fardello, ma con possibilità di traslato immediato al campo morale e simbolico.

    Significato “Onusto” significa carico, appesantito, gravato da un peso materiale (onusto di armi, di ricchezze, di frutti) o immateriale (onusto di gloria, di pensieri, di colpe). È voce alta, quasi solenne, che raramente si piega all’uso quotidiano: appartiene al linguaggio della poesia, dell’epica, del sacro.

    Esempi letterari • Dante Alighieri, Purgatorio, XXIV, 9 «Onusto di fatica e di sudore» → Qui “onusto” amplifica la concretezza della fatica corporale, caricando il pellegrino di un peso che è insieme fisico e spirituale. • Francesco Petrarca, Canzoniere, CCCXII «Onusto di pensieri e di sospiri» → L’anima si fa soma: i pensieri diventano un carico da trasportare, più pesante di una pietra. • Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata, XVII, 63 «Onusto di gloria e di sangue» → La parola si tinge di ambiguità: la gloria stessa diventa peso gravoso, e il sangue, pur segno di vittoria, si unisce alla fatica in un carico quasi insostenibile. • Giovan Battista Marino, Adone «Onusto di fiori il crin» → Qui la parola si alleggerisce e si fa barocca: il peso non è di colpe o di armi, ma di ornamenti sovrabbondanti.

    “Onusto” è parola densa e sonora: la sua struttura sembra già mimare la gravità del concetto. La o iniziale la apre come un respiro profondo, la n la incupisce, e l’us-to finale dà la sensazione di chiusura e compimento, come un peso che si abbatte e si posa.

    È un vocabolo epico: non indica mai un peso banale, quotidiano, ma sempre un carico straordinario, che segna l’eroe o il poeta. È il contrario del “leggero”: in “onusto” tutto è grave, ma non necessariamente triste; può essere il peso della fatica, dell’onore, della memoria.

    La sua rarità odierna lo rende quasi un arcaismo aurorale: quando riappare, illumina il testo con un tono alto, araldico, inconfondibile. È come se, pronunciandolo, si sentisse già il respiro del poema cavalleresco o del salmo liturgico.

    “Onusto” ci ricorda che ogni grandezza ha un prezzo e che ogni conquista, perfino la più luminosa, porta sulle spalle un fardello. È la parola che trasforma il semplice “pieno” in destino gravoso Nel silenzio che segue la battaglia, tra le pieghe del mantello e le ombre del pensiero, c’è una parola che non fa rumore ma pesa: onusto.

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